Corpi invisibili: la salute delle donne è ancora tutta da studiare
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di Nadia L. Cerioli

Avete mai avuto l’impressione di non essere realmente comprese durante una visita medica o nel corso di un percorso diagnostico? Oggi possiamo affermare che non si tratta soltanto di una sensazione, ma di una realtà che ha caratterizzato, per lungo tempo, lo studio della salute umana.
Per secoli, infatti, la medicina, pur dichiarandosi universale, ha avuto in realtà un volto ben preciso: quello maschile.
Dai protocolli clinici agli studi farmacologici, fino alla descrizione dei sintomi tipici di molte malattie, gran parte della ricerca è stata costruita sullo studio del corpo maschile.
Fortunatamente, negli ultimi anni, grazie all'azione congiunta dei movimenti per i diritti delle donne, delle ricercatrici e delle istituzioni internazionali, si sta assistendo a un importante cambio di prospettiva, che sta finalmente portando la salute femminile fuori dalla zona d'ombra in cui è stata relegata per troppo tempo.
I sintomi manifestati dalle donne, spesso anche molto diversi da quelli maschili presi come riferimento per le diagnosi, sono stati storicamente sottovalutati. Le conseguenze sono state rilevanti: diagnosi tardive, cure inappropriate e una minore attenzione verso patologie che colpiscono prevalentemente il sesso femminile. Questo ritardo non rappresenta un caso isolato, ma riflette una disuguaglianza strutturale con cui, prima o poi, molte donne si sono trovate a fare i conti.
Questa situazione è stata determinata anche dal fatto che, almeno fino agli anni '90 – un periodo relativamente recente se rapportato ai tempi della ricerca medica – molte sperimentazioni cliniche escludevano le donne. Una scelta motivata anche dalla maggiore complessità legata alle variazioni ormonali e al ciclo mestruale, considerate elementi in grado di influenzare i risultati degli studi.
Tutto ciò ha portato a un'insufficiente conoscenza degli effetti dei farmaci sul corpo femminile, con il risultato di dosaggi e trattamenti spesso calibrati esclusivamente su parametri maschili. In altre parole, invece di ricevere cure realmente personalizzate, molte donne hanno assunto quantità eccessive o insufficienti di farmaco, o comunque trattamenti non pienamente adeguati alle proprie caratteristiche biologiche.
Per superare questa situazione è nata la cosiddetta medicina di genere, che studia l'influenza delle differenze biologiche e socioculturali sulla salute.
Oggi rappresenta un ambito di ricerca in continua espansione e prende in considerazione non solo le differenze fisiologiche tra uomini e donne, ma anche il ruolo di determinanti sociali quali l'accesso alle cure, gli stereotipi, le condizioni lavorative e il carico di cura familiare.
Tutti fattori che incidono profondamente sul benessere fisico e psicologico delle persone.
La crescente attenzione verso la salute delle donne ha già prodotto risultati importanti. Le donne sono oggi maggiormente incluse nei trial clinici e sono aumentate le campagne di sensibilizzazione dedicate a patologie storicamente sottodiagnosticate.
Nonostante questi progressi, le disparità persistono. In molti sistemi sanitari il dolore femminile continua a essere sottovalutato, interpretato superficialmente o ricondotto troppo facilmente a cause psicologiche.
Quante donne si sono sentite dire almeno una volta: «È solo stress»?. Questo atteggiamento può ritardare diagnosi fondamentali, come quelle dell'endometriosi, di numerose malattie autoimmuni o dei disturbi legati alla menopausa.
Un segnale incoraggiante è rappresentato dal crescente numero di professioniste specializzate nella salute femminile, capaci di offrire percorsi diagnostici e terapeutici più mirati e attenti alle specifiche esigenze delle donne.
Riconoscere la salute come un diritto fondamentale significa anche cambiare un sistema che, per molto tempo, ha escluso le donne dai processi di produzione del sapere medico.
Oggi, almeno in molte parti del mondo, le donne non sono soltanto pazienti, ma anche ricercatrici e professioniste della salute che contribuiscono attivamente alla costruzione di una medicina più equa, inclusiva e rappresentativa.
Dei progressi compiuti iniziamo a beneficiare noi oggi e, ci auguriamo, ne beneficeranno ancora di più le donne delle prossime generazioni.
La strada verso una piena uguaglianza è ancora lunga, ma il cambiamento è finalmente iniziato.
Una medicina più inclusiva non migliora soltanto la salute delle donne: rende migliori le cure per tutti.
Da donna e da madre, non posso che augurarmi che questo percorso continui con sempre maggiore determinazione.
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Articolo molto interessante che regala speranza per le nostre figlie, perché possano ricevere prima e meglio cure adeguate senza sentirsi dire " che non e' niente".