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Relazioni funzionali: sempre più connessi, sempre meno coinvolti.

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

L'intervista alla psicologa Laura Giovannini

di Gioia Belardinelli


Le relazioni oggi si costruiscono, si gestiscono, si ottimizzano. Funzionano, almeno in apparenza.

Ma cosa succede quando il legame diventa qualcosa da rendere efficiente, più che da vivere davvero?


Ne abbiamo parlato con la psicologa Laura Giovannini, che ci accompagna dentro una riflessione lucida e necessaria sul modo in cui stiamo cambiando il nostro modo di stare in relazione.


In un tempo in cui tutto è veloce, reversibile e sostituibile, anche i legami sembrano adattarsi: meno conflitto, meno rischio, meno profondità.


Eppure, proprio lì dove evitiamo di perderci… rischiamo di non incontrarci mai davvero.


Ciao Laura, bentornata. Oggi si parla sempre più spesso di relazioni “funzionali”: cosa significa davvero?


Il termine “relazione funzionale” è, in parte, un ossimoro.

Se consideriamo l’etimologia di relazione — dal latino relatio, che implica un “riportare”, un “mettere in connessione reciproca” — la relazione presuppone un coinvolgimento bidirezionale, trasformativo, non riducibile alla sola utilità.

Le cosiddette relazioni funzionali, invece, operano su un piano diverso: non sono orientate all’incontro, ma all’uso regolato dell’altro.

Si tratta di legami che si strutturano attorno a:

• collaborazione basata su vantaggi egoistici

• efficienza e armonia nelle interazioni

• minimizzazione dei conflitti

In questo senso, più che relazioni, sono configurazioni interattive efficienti, in cui l’altro è mantenuto entro un perimetro gestibile.

La dimensione relazionale viene così ridotta a ciò che è utile, prevedibile e controllabile.

Ma c’è davvero armonia, oppure è il disinteresse sentimentale verso l’altro che provoca la mancanza di discussione?

 

È proprio a partire da questa riflessione che si apre una domanda più ampia: da dove nasce questa trasformazione del legame? È qualcosa che riguarda il nostro tempo? Quanto incidono fattori come velocità, lavoro e digitale nel modo in cui viviamo le relazioni oggi?


Sì, è un cambiamento della società. Ma non riguarda solo la velocità — riguarda come viviamo le relazioni.

Oggi le relazioni le gestiamo.Le ottimizziamo.Cerchiamo di non perderci dentro.

Stiamo perdendo confidenza con il desiderio:con l’attesa, con il rischio, con il fatto che l’altro non lo controlli.

E allora cosa facciamo?

Stiamo nelle relazioni… ma fino a un certo punto. Ci coinvolgiamo… ma con misura. Restiamo… ma con una via d’uscita pronta.

Solo che le relazioni vere non funzionano così.Non sono comode.Non sono prevedibili.Ti cambiano.

E oggi è proprio questo che facciamo più fatica ad accettare:che l’altro non serve a stare meglio — serve anche a metterci in crisi.

Il digitale? Il lavoro?Rendono tutto più facile da iniziare…e facilissimo da interrompere.

E così impariamo una regola silenziosa:ti voglio, sì — ma senza rischiare davvero.

L’altro deve integrarsi nel mio sistema, non ridefinirlo.

 

In questo scenario, come facciamo a capire se una relazione è solo funzionale o anche profonda?


Si capisce nei momenti di difficoltà.

Finché tutto va bene, quasi tutte le relazioni funzionano.La differenza emerge quando arriva un problema, un conflitto, o quando l’altro non è più “facile”.

Le relazioni funzionali reggono finché sono leggere:quando il costo emotivo sale, tendono a ridursi o a interrompersi.

Quelle profonde, invece, si riconoscono da una cosa molto semplice:restano anche quando non conviene.Quando c’è da aiutare, sostenere, esserci davvero.

In fondo, una relazione è profonda non quando ti fa stare bene —ma quando qualcuno resta anche quando stare vicino diventa difficile.

 

A partire da questa differenza, una relazione può essere entrambe le cose? O tendono a escludersi?


In linea teorica, una relazione può includere una dimensione funzionale senza perdere profondità.

Ogni legame ha anche aspetti organizzativi e pratici.

Il problema emerge quando la funzione diventa il criterio dominante di regolazione del rapporto.

Quando il legame è valutato principalmente in termini di:

  • utilità 

  • efficienza 

  • compatibilità immediata 

si produce una torsione egocentrica: l’altro viene progressivamente ridotto a funzione del proprio equilibrio.

In questo passaggio, la relazione non scompare formalmente, ma si svuota nella sua dimensione intersoggettiva.

 

Cosa succede quando la maggior parte delle nostre relazioni resta su un piano funzionale?


Si crea una condizione precisa: alta connessione, bassa profondità relazionale.

Le interazioni aumentano, ma il loro impatto diminuisce.Si è in contatto, ma raramente si è davvero coinvolti.

Questo produce:

• scambi frequenti ma a bassa intensità

• presenza continua ma non trasformativa

• riconoscimento rapido ma poco significativo

La conseguenza è una forma di solitudine funzionale:non data dall’assenza di relazioni, ma dalla loro scarsa capacità di incidere sull’esperienza soggettiva.

Un eccesso di legami, quindi, che non diventano mai incontro.

Molte relazioni, poca relazione.

 

C’è un impatto sul benessere emotivo?

Sì, e spesso è un impatto silenzioso.

Nelle relazioni funzionali, la persona è continuamente portata a regolarsi:mostrare meno, contenere di più, adattarsi a ciò che è accettabile nel legame.

Nel tempo questo ha un effetto preciso:la sfera emotiva perde valore, non perché non esista, ma perché non viene accolta pienamente.

Si può parlare di una forma di svalutazione progressiva dell’emotività e, in parte, della persona stessa:non nella sua interezza, ma nelle sue parti più vulnerabili e meno “funzionali”.

Quando questo accade, viene meno anche il riconoscimento profondo:non ci si sente davvero visti, né nella complessità emotiva, né nella propria autenticità.

A questo si aggiunge un elemento importante: la sicurezza.Se il legame resta intermittente o selettivo sul piano emotivo, si riduce la percezione di stabilità e affidabilità dell’altro.

Il risultato è una condizione che non è sempre evidente, ma costante:una forma di instabilità emotiva di fondo, legata al fatto che ciò che si prova non trova pieno spazio, né pieno riconoscimento.

 

Perché oggi è così difficile entrare in relazioni profonde?

Perché viviamo in una società sempre più narcisistica ed egoista, in cui il centro è progressivamente spostato sul sé.

Dentro questo assetto, la relazione profonda diventa faticosa perché chiede esattamente il contrario di ciò che viene oggi valorizzato: decentrarsi, esporsi, dipendere emotivamente, accettare di essere trasformati dall’altro.

Una relazione profonda implica perdita di controllo, investimento senza garanzie e disponibilità a tollerare l’incertezza del legame. Ma tutto questo entra in collisione con una cultura che premia l’autonomia come autosufficienza e la libertà come assenza di vincoli.

Per questo il legame tende spesso a ridursi a forme più compatibili con questo equilibrio: relazioni presenti, ma a bassa richiesta emotiva, in cui l’altro è accettato finché non introduce complessità o discontinuità.

In questo senso, la difficoltà non è solo individuale.È l’effetto di un contesto culturale in cui ciò che richiede esposizione e trasformazione viene sempre più facilmente vissuto come perdita di controllo — e quindi come rischio.

 

In un contesto in cui tutto ciò che espone viene percepito come rischio, la vulnerabilità fa ancora paura? O è qualcosa che abbiamo disimparato?


Entrambe le cose.

La vulnerabilità continua a essere percepita come rischiosa, perché espone alla non prevedibilità della risposta dell’altro.

Ma, allo stesso tempo, assistiamo a una sua progressiva ridefinizione in forme compatibili con il controllo.

Si diffonde una vulnerabilità “regolata”, espressa entro limiti gestibili, spesso deprivata della sua dimensione più destabilizzante.

La vulnerabilità autentica, invece, implica:

  • perdita di controllo sull’immagine di sé 

  • esposizione a possibili disconferme 

  • apertura non garantita 

In assenza di questa dimensione, la relazione può funzionare, ma difficilmente può approfondirsi.

 

Quindi: da dove si parte, concretamente, per costruire relazioni più profonde?


Si parte da una ridefinizione del proprio posizionamento relazionale.

Passare da una logica di consumo del legame — cosa ottengo da questa relazione — a una logica di presenza — quanto sono disposto a stare nella relazione anche quando non è ottimale.

La profondità richiede:

  • tolleranza alla frustrazione 

  • disponibilità al tempo non produttivo 

  • accettazione dell’alterità 

In altre parole, implica un passaggio da una relazione come spazio di conferma a una relazione come spazio di incontro.

 

A partire da questa nuova prospettiva, c’è un piccolo cambiamento concreto che possiamo adottare da subito?


Un cambiamento apparentemente minimo ma strutturalmente rilevante è sospendere la logica della sostituibilità immediata.

Significa:

  • non interrompere automaticamente di fronte alla difficoltà 

  • non cercare subito alternative più semplici 

  • restare nella complessità relazionale senza ridurla 

In un contesto che favorisce la reversibilità continua dei legami, la scelta di restare diventa un atto controculturale.

Ed è precisamente in questo scarto — tra la possibilità di uscire e la decisione di restare — che può iniziare a costruirsi una relazione nel senso pieno del termine.



In un mondo che ci abitua a poter uscire da tutto, in qualsiasi momento, restare diventa un gesto raro.

Come ci ricorda Laura Giovannini, è proprio in questo spazio — tra la possibilità di andare via e la scelta di restare — che prende forma una relazione autentica.

Non quella perfetta. Ma quella che resiste, che mette in discussione, che chiede presenza.

Perché le relazioni che ci trasformano non sono quelle più semplici.Sono quelle in cui, nonostante tutto, scegliamo di esserci.

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