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Questa è l’acqua: e se potessimo ricominciare a vederci davvero?

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min
Da David Foster Wallace a Ripple, il racconto di una gentilezza che abbiamo smesso di riconoscere

di Gioia Belardinelli

foto con titolo articolo

Ho appena finito una serie che mi ha lasciato addosso una sensazione difficile da spiegare. Non tanto per la trama, quanto per il modo in cui racconta le relazioni tra le persone.

In un momento in cui siamo abituati a narrazioni sempre più tese, ciniche o distanti, questa serie: "Ripple - Increspature" mette al centro qualcosa che sembra quasi fuori tempo: l’incontro tra sconosciuti, la possibilità di aiutarsi, la presenza, la gentilezza.

Non una gentilezza eclatante, non eroica. Ma quella sottile, quotidiana, che si gioca nei dettagli e nei gesti minimi.

E mentre la guardavo, mi sono resa conto che ciò che mi colpiva non era solo quello che vedevo sullo schermo, ma quello che, invece, nella vita reale non vediamo più così facilmente.


Quello che non vediamo più

È stato lì che mi sono tornate in mente le parole di David Foster Wallace, nel suo celebre discorso al Kenyon College nel 2005.

La storia è semplice e per alcuni conosciuta: due giovani pesci nuotano uno accanto all’altro e incontrano un pesce più anziano che li saluta chiedendo: “Com’è l’acqua?”. Dopo un po’, uno dei due chiede all’altro: “Ma cosa diavolo è l’acqua?”.

Il senso è tanto immediato quanto destabilizzante: le cose più evidenti sono anche le più difficili da vedere, proprio perché ci siamo immersi fin dalla nascita.

E forse oggi, quell’acqua, non è solo il mondo che ci circonda.Siamo noi.


La lente attraverso cui guardiamo tutto

Wallace parlava di una “configurazione di base”, una sorta di impostazione automatica del nostro modo di percepire la realtà: quella che ci porta a sentirci al centro di tutto.

Non è una colpa, né una forma di egoismo intenzionale. È semplicemente il modo in cui siamo strutturati. Ma è anche ciò che, se non viene messo in discussione, finisce per restringere il nostro sguardo.

Le nostre giornate diventano così una sequenza di urgenze personali: il tempo che manca, le cose da fare, le risposte che non arrivano, la fatica accumulata. E tutto ciò che accade intorno a noi viene inevitabilmente filtrato attraverso questo punto di vista.

È qui che qualcosa si perde.


Quando l’altro smette di esistere davvero

Perché, mentre siamo immersi nei nostri pensieri, nei nostri ritmi e nelle nostre preoccupazioni, l’altro smette lentamente di essere una presenza reale.

Diventa sfondo.Oppure funzione.Oppure ostacolo.

Non lo vediamo quando è in difficoltà, non lo riconosciamo quando è fragile, e spesso non ci accorgiamo nemmeno di quanto sia simile a noi, nelle sue stanchezze, nelle sue paure, nei suoi tentativi di andare avanti.

Eppure, basterebbe uno spostamento minimo dello sguardo per cambiare completamente la percezione di ciò che viviamo.


Perché quella serie ci colpisce così tanto

Forse è proprio per questo che una serie come Ripple colpisce così tanto, anche senza dichiararlo apertamente.

Perché mostra qualcosa che non è straordinario, ma che abbiamo smesso di riconoscere: la possibilità che tra sconosciuti esista ancora una forma di attenzione reciproca.

Che ogni incontro, anche il più casuale, possa avere un peso.Che la gentilezza non sia un’eccezione, ma una possibilità ancora presente — se solo riuscissimo a vederla.

Non è una visione ingenua. È una prospettiva.


La libertà di scegliere come guardare

Nel suo discorso, Wallace diceva una cosa tanto semplice quanto impegnativa: la vera libertà non consiste nel fare ciò che vogliamo, ma nel decidere come guardare le cose.

Significa allenarsi, ogni giorno, a uscire da quella lente automatica che ci riporta sempre al centro. Significa considerare, anche solo per un attimo, che chi abbiamo davanti potrebbe essere stanco quanto noi, o persino di più.

Non è facile, soprattutto in un contesto che ci tiene costantemente concentrati su noi stessi. Ma è forse uno dei pochi modi che abbiamo per non ridurre la realtà a qualcosa che ci riguarda soltanto.


Tornare a vedere

Forse il punto non è diventare improvvisamente più gentili, più presenti, più consapevoli.

Forse il punto è tornare a vedere.

Vedere davvero ciò che ci circonda.E soprattutto, vedere le persone.

Perché ogni giorno attraversiamo spazi pieni di possibilità di incontro che non riconosciamo. Non perché non esistano, ma perché siamo altrove, immersi in un flusso continuo che ci riporta sempre dentro di noi.


Una domanda aperta

E allora la domanda non è se la gentilezza esista ancora.

La domanda è:"Quanto siamo ancora capaci di accorgercene?"

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